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Il Museo Archeologico di Canosa: una favola finita male, anzi...bene!

Fantapolitica vers. 3 Per gentile concessione di Gigi Garribba pubblico un pezzo sul nuovo Museo Archeologico (chissà se si farà) già apparso sul periodico “L’InformAzione”.
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Fantapolitica vers. 3 Nonostante, in queste ultime settimane, l’Amministrazione Comunale si stia adoperando, per ingraziarsi ancora la città annunciando improbabili finanziamenti dal Ministero dell’Ambiente (Francesco Ventola, comizio del 16 maggio), tutti ormai sanno che la realizzazione di un grande museo archeologico a Canosa è sfumata.
“«Dopo decenni di ipotesi, a Canosa, le aspettative per un Museo che dia la giusta dignità ad un patrimonio archeologico e culturale di assoluto rilievo, sono finalmente una concreta certezza».
Rientrava infatti nei programmi dell’Amministrazione comunale portare a compimento la fase di progettazione entro l’anno 2007 in maniera da programmare la realizzazione del museo nei due anni a venire. Inoltre, il nuovo museo, come previsto dal Ministero [MIBAC], dovrà essere completato entro il 31 dicembre 2010”. (Estratto dal comunicato stampa del sindaco Francesco Ventola del 4 marzo 2008 - fonte Canosaweb)
Sarà per l’infelice congiuntura internazionale, sarà per le continue promesse di taglio delle tasse (indistintamente a poveri, ricchi ed evasori fiscali!), sarà per la manovra appena varata da Berlusconi e da Tremonti, che taglia con l’ascia non solo i servizi essenziali dei cittadini, ma, come i soliti “comunisti pessimisti” avevano predetto, anche i finanziamenti delle “grandi opere”, sta di fatto che certi vanagloriosi proclami, due anni dopo la conferenza stampa alla Regione Puglia, sembrano la solita favoletta pre-elettorale.
Tuttavia non è sulla gestione politica dell’affare museo che voglio soffermarmi, quanto sul cercare di mettere in luce come l’approccio alla sua realizzazione, abbia avuto come scopo evidente molto più la raccolta dei consensi, che un coerente e fattibile progetto di conoscenza e valorizzazione del patrimonio archeologico di Canosa.
Fra le antiche città della Puglia, Canosa è quella che, con Taranto e Ruvo ha restituito le maggiori testimonianze delle civiltà passate, sia quantitativamente che qualitativamente.
La continuità della presenza umana, ha lasciato tracce materiali in ogni epoca storica e se tutti i monumenti e le necropoli dissotterrate fossero in uno stato ottimale di conservazione, la città avrebbe potuto essere un museo a cielo aperto, una ‘città museo’, una Pompei di Puglia (cfr Sabino Facciolongo in ‘Canosa Ricerche Storiche 2003’), con un nuovo museo inteso, non più come luogo della raccolta delle memorie artistiche antiche, ma come luogo della conservazione e della trasmissione della lezione del passato, sintesi della cultura materiale del territorio e punto di convergenza rispetto a tutti gli itinerari tematici. Ma mentre all’estero e altrove in Italia, già diversi decenni fa, andavano sorgendo prima musei-contenitori di oggetti e poi, con il progredire degli studi e dei metodi di indagine, si sono musealizzati i monumenti e i siti archeologici, Canosa è rimasta fanalino di coda, anche rispetto ad altre ‘siti archeologici’ di analoga o inferiore importanza.
Purtroppo, dobbiamo registrare con rammarico che nella nostra città il rapporto con le memorie dissepolte è ancora negativo. Dopo la depredazione, ecco come appare il patrimonio superstite: le strutture ed i prospetti degli Ipogei Lagrasta (IV sec. a.C.) con i resti degli intonaci originali, sono dilavati dalla pioggia e bruciati dal sole; un altro ipogeo, il Monterisi-Rossignoli (IV sec. a.C.), forse il più paradigmatico tra quelli scoperti a Canosa, quasi non esiste più; i monumenti della Via Traiana (Arco onorario, Mausoleo Casieri, Mausoleo Barbarossa - II sec. d.C.), sono lesionati e sgretolati e insistono su aree private a stretto contatto di nuovi opifici, nonostante il vincolo archeologico; il ponte romano-borbonico sull’Ofanto si smembra per azione della vegetazione che cresce nel ponte e scalza i singoli blocchi di pietra; le Terme Lomuscio (III-IV sec. d.C.) e il Tempio di Giove Toro (II sec. d.C.) sono in stato di perenne abbandono o non visitabili perché anch’essi in proprietà privata; il Battistero di San Giovanni (IV-VIII sec.) è ancora chiuso per restauri-scavi decennali; il celebre capitello con testa femminile (III sec. a.C.) e le murature della Basilica di San Leucio con i suoi decantati mosaici (VI sec.) sono da sempre soggetti all'azione della pioggia, del sole e del... calpestio dei visitatori; gli scavi della Basilica di San Pietro (VI sec.) sono stati ricoperti mentre si deve ancora decidere se edificare, nei pressi, fabbricati residenziali; le Catacombe di Santa Sofia (IV-VI sec.) sono inaccessibili per pericolo di crollo; gli scavi del castello (XII sec.) sono chiusi per altri diversi e oscuri motivi; la Villa comunale ed il suo Lapidario, in certe giornate, ricordano più un bazar piuttosto che un giardino ottocentesco.
Palazzo Sinesi è un’oasi nel deserto, che però, ai fini della ricerca e della divulgazione archeologica, rappresenta solo un “approfondimento parziale verso aspetti produttivi, iconografici e stilistici” dei materiali esposti (cfr Marisa Corrente in ‘1912 Un ipogeo al confine’).
Insomma l’archeologia a Canosa sembra paragonabile ad una casa che va in pezzi, bisognosa di cure immediate, i cui amministratori si preoccupano, viceversa, di….comprare i mobili nuovi!!!!
Parlamentari, rappresentanti istituzionali della Regione e amministratori comunali, sospinti dall’impazienza popolare e trascurando la sequela delle circostanze elencate finora, hanno pensato che la soluzione di queste scelleratezze fosse, non già un intervento immediato per fermare almeno il degrado, ma un nuovo museo ed hanno così pensato alla costruzione una mega-opera, per un finanziamento previsto (in partenza) di 22 milioni di euro.
Il vecchio concetto ottocentesco, di un archeologia che privilegiava la conservazione dei reperti a quella dei contesti di provenienza, ha così ripreso il sopravvento.
L’esigenza di stringere i tempi per approfittare dei finanziamenti del 150° anniversario d’Italia ha poi costretto a saltare diversi passaggi fondamentali e a commettere una serie di controsensi.

  1. Prima di chiedere finanziamenti per il museo, sarebbe stato opportuno, promuovere almeno una conferenza di servizio con docenti universitari (tra quelli che, recentemente, hanno condotto importanti campagne di scavo nella città), tecnici qualificati, operatori del settore culturale e turistico, semplici cittadini. Stabilire quindi delle priorità d’intervento sulla base delle situazioni di pericolo e dell’esigenza di risanare l’esistente, per poi programmare azioni più ambiziose ed arrivare, dopo la valutazione sulla localizzazione della sede più adatta, alla predisposizione del grande museo della città.
  2. Dopo aver concluso che la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico dovesse passare per un nuovo museo, si è passati ad individuare, a tavolino, il sito dell’edificio dei sogni: Piano San Giovanni.
    Si tratta infatti di un’area mai indagata archeologicamente, ma circondata da altre testimonianze note del periodo daunio-greco (Ipogeo dei Vimini, Ipogeo Scocchera, Ipogeo Monterisi-Rossignoli, Ipogeo e Tomba arcaica di Via Legnano) e, soprattutto, adiacente alla più estesa area archeologica finora scoperta a Canosa: quella che ruota attorno al battistero di San Giovanni, con stratificazioni temporali (dal periodo daunio a quello altomedievale, passando per l’epoca romana) che fanno supporre un’estensione delle presenze ben maggiore di quella attualmente visibile, anche nella parte attualmente adibita a mercato settimanale e corrispondente al sito del nuovo museo.
    Se verranno alla luce resti archeologici, anziché musealizzarli in un parco, è già stato messo in conto di sigillarli in uno scantinato, secondo una prassi rovinosa, ma ampiamente collaudata in città.
  3. Sfumato il finanziamento per le celebrazioni del 150°, suona un po’ strampalato il preannunciato stanziamento che giungerebbe (non è chiaro in quanta parte) dal Ministero dell’Ambiente, in quanto il museo sarà costruito tenendo conto di tutta la tecnologia più avanzata in fatto di risparmio energetico (Francesco Ventola nel Consiglio comunale del 29 aprile 2010), secondo uno schema evidentemente già intuito al momento della redazione del progetto. Ma se c’era questa possibilità perché chiedere i finanziamenti al Comitato per il 150° anniversario d’Italia?
  4. In un periodo di ristrettezze e tagli alla spesa pubblica (cioè ai servizi di cui si giovano tutti i cittadini, soprattutto quelli meno abbienti), che sta fiaccando anche l’azione delle Soprintendenze, per la carenza di personale e di mezzi, e attestato che buona parte dei musei italiani non sono autosufficienti, a causa della bassa affluenza dei visitatori e a causa dei costi di gestione, nessuno ha chiarito né accennato su quali mezzi di sussistenza dovrebbe reggersi questo nuovo grande Museo Nazionale (Provinciale...?).
    Infatti, non va nemmeno dimenticato che, a meno di 200 km di distanza, sono già presenti altri musei archeologici (Melfi, Venosa, Manfredonia, Ruvo, Altamura, Gravina di Puglia, Matera, Bari, Gioia del Colle, Taranto..., per citare solo i più importanti), con collezioni simili a quelle già esposte a Palazzo Sinesi e a Palazzo Illiceto o a quelle che si dovrebbero esporre nel progettato museo.
    Certamente il nostro museo sarebbe un po’ più grande e ricco, anche grazie all’enormità di beni, ormai fuori contesto, sequestrati dalle forze dell’ordine, ma nessuna delle suppellettili da esporre rischia la scomparsa o la distruzione, perché tutte già tutelate nelle vetrine di qualche museo o al sicuro in qualche deposito dello Stato.
    I musei di Taranto e di Napoli, oltre che il vicinissimo Museo di Ruvo con il suo particolare allestimento ottocentesco, sono un ottimo riferimento, anche per gli amanti del collezionismo archeologico, evidentemente ancora di moda.

Il dato incontestabile è che il primato di Canosa, risiede nelle aree archeologiche, uniche nel panorama pugliese e rare nell'intero Mezzogiorno, visto che coprono un arco temporale che va dal periodo greco-romano alla fine del Medioevo, senza soluzione di continuità e con siti di rilevanza nazionale, rappresentativi di una specifica epoca o di una tendenza artistica, per l’articolazione dell’impianto o per le dimensioni straordinarie, per la ricchezza e originalità degli apparati decorativi o per i materiali impiegati. Al contrario, mancano, o sono di parziale entità, nelle città dove è già presente un museo, statale o civico.
Di tutto ciò si era già reso conto il Piano Regolatore Generale, tuttora in vigore, che, nel 2000, configurava nuove priorità per lo sviluppo della città e, tra queste, un posto di riguardo occupavano la tutela e la valorizzazione, sia del patrimonio storico e archeologico, che delle risorse ambientali e paesaggistiche.
“È utile realizzare ampie aree archeologiche, anche in forma di parco, che tengano conto delle valenze paesaggistiche ed ambientali, valorizzandole e rendendole fruibili. È necessario e prioritario dotare la città di Canosa di adeguati spazi museali puntando non tanto alla realizzazione di un unico museo archeologico, quanto ad un sistema museale policentrico, sia tramite la realizzazione di strutture ex-novo, sia tramite il riuso e recupero di edifici storici [Edificio scolastico ‘Mazzini’ - n.d.r.]. Tale presenza museale multipolare può consentire l’ordinamento di collezioni ‘tematiche’ e può meglio aderire, valorizzandole, alle molteplici aree di scavo diffuse in tutta l’area urbana ed extraurbana.”
Il PRG terminava segnalando la creazione di alcune vaste aree da destinare a parco, sette in tutto, cinque caratterizzate da presenze archeologiche e architettoniche, due a carattere esclusivamente ambientale-paesaggistico, per un totale di oltre 5.000 ettari.
In questi anni, per iniziativa della Giunta Regionale di Nichi Vendola, è stato istituito solo il Parco Regionale dell’Ofanto, comunque osteggiato dal Comune di Canosa, il quale è riuscito addirittura a dimezzarlo.
Così, mentre le indicazioni del PRG, pagato con il denaro dei contribuenti, sono rimaste disattese, i nostri amministratori si stanno affannando per tentare, con ogni mezzo, di realizzare il San Giorgio Village, un parco privato di divertimenti, con ampio utilizzo di cemento, a 4 km dalla città.
Evidentemente il partito delle grandi opere ‘all’italiana’ è destinato a sopravvivere, nonostante i continui scandali e gli arresti. Ma se i cittadini smetteranno di credere ai venditori di fumo e prenderanno coscienza delle operazioni ambigue, spesso compiute a loro carico, è possibile che il corso degli eventi cambi e, per una volta, ci si possa anche rallegrare del mancato lieto fine….. già scritto da altri.

Luigi Garribba

Pubblicato il 11.07.10 h 18:30
Modificato il 11.07.10 h 18:30

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