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Il miracolato di Arcore


Giorgio Ambrosoli
Giornata di festa per il PDL in cui non mancano le solite invettive del premier contro giudici e avversari politici. Il bagno di folla finisce però con un aggressione. Un ingegnere di 42 anni con problemi psichici lancia contro Berlusconi un oggetto che lo colpisce al volto. Dal PDL si grida all’attentato.
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Domenica 13 dicembre 2009, Santa Lucia. La notizia del giorno doveva essere l’offerta pubblica fatta da Casini al Partito Democratico in merito ad una improbabile alleanza elettorale nel caso in cui il Cavaliere avesse deciso, voce smentita spesso da lui stesso, di far cadere il suo governo ed andare ad elezioni anticipate. Ma, come spesso accade, gli eventi sfuggono di mano e la notizia del giorno è diventata drammaticamente un’altra.
Silvio Berlusconi ha fatto il bis. Ormai ogni uscita pubblica rischia di diventare un problema molto serio per l’incolumità del nostro Capo del Governo e rilancia ogni volta di più l’interrogativo sull’adeguatezza del suo servizio di sicurezza. Gli episodi non si contano più: dalla D’Addario che accede alla sua residenza privata con registratore al seguito e riprende i momenti salienti delle conversazioni con il premier, al giovane guascone che lo colpì con il cavalletto di una macchina fotografica per pura ostentazione di potenza con alcune sue amiche, salvo poi chiedere sommessamente perdono, richiesta soddisfatta con pistolotto finale ed invito a giocare di meno con i treppiedi. Per fortuna è rimasto sempre incolume, almeno nel fisico.
Questa sera, invece, l’abbrivio del tesseramento non gli ha portato particolarmente fortuna. Dopo aver attaccato, come ormai di consueto, i giudici ed un gruppo di manifestanti contrari alla sua politica, che ha prontamente classificato come di sinistra e gli ha invitati a vergognarsi tre volte, è stato colpito sul volto da un corpo contundente poi identificato come una riproduzione in miniatura del Duomo di Milano, il tutto dopo essere sceso dal palco e mentre si dedicava ad una delle sue occupazioni preferite: lasciare autografi ai suoi ammiratori.
Le immagini hanno già fatto il giro del mondo e su internet sono abbastanza eloquenti. Si osserva una scena che per la sua drammaticità ricorda quella di un film di Costa Gavras (Zeta, l’orgia del potere): un uomo anziano, non molto alto di statura, che con il volto visibilmente stravolto ed insanguinato viene spinto a forza, dagli uomini della sicurezza, in un automobile. C’è da aspettarsi che quella macchina sfrecci via, magari sgommando, e che l’uomo ferito tenti di nascondersi o proteggersi come può. Invece no. Quello non è un uomo come tanti, è Silvio Berlusconi, ovvero un impresario che sa riconoscere i momenti mediaticamente più redditizi. Anche se visibilmente scosso, non ci sta a rimanere seduto sui sedili posteriori di quell’autovettura, vuole mostrare alla gente quanto sono stati cattivi i suoi nemici, fin dove sarebbero capaci di arrivare, e non si fa scrupolo di usare perfino il proprio corpo come strumento di propaganda. Si erge in piedi sul predellino dell’automobile (ancora una volta) non per dichiarare, come qualche mese fa, habemus un nuovo partito, ma per mostrare al suo popolo le ferite. Gli agenti della sicurezza, preoccupati, gli oppongono uno schermo, uno scudo che lo difenda dal lancio di altri oggetti, ma lui no, con le sue stesse mani rimuove quella protezione e si mostra, alla folla sconvolta ed inferocita, con il sangue fresco grondante dal labbro; un’ultima volta e per qualche secondo, così che quell’immagine possa stamparsi nelle menti degli adepti, corsi lì per esultare e che ora corrono il rischio di assistere dal vivo ad un processo di santificazione del tutto straordinario.
Alla trama perfetta manca ancora un tassello: la cattura dell’aggressore. Possibilmente un beota di sinistra. Così, tanto per porre un definitivo suggello di verità a quanto ha sempre sostenuto, ovvero che gli avversari son tutti brutti, sporchi, cattivi e violenti, contrariamente a loro, gente normale, che rappresentano il partito dell’amore. Ovviamente, come nelle migliori tradizioni la cattura avviene quasi immediatamente, ma si scopre un piccolo imprevisto. L’identikit del catturato non ha i requisiti buoni per farlo rientrare nel cliché perfetto previsto per queste situazioni. Si chiama Massimo Tartaglia (e già quel nome è tutto un programma), ha 42 anni, è un ingegnere elettronico ed amministra una ditta specializzata nella costruzione di obliteratrici per gli autobus, per di più soffre anche di problemi psichici. Insomma, uno che con la testa non tanto ci sta bene, legato più alla classe meda che a quella propria dei comunisti. In pratica una delusione cocente, e pensare che Silvio ci aveva messo davvero tutto l’impegno per farsi vedere sanguinante e con il lifting rovinato.
A rendere più tragicomica la vicenda si aggiunge il fatto che in questura nessun agente conosce il Tartaglia, nemmeno quelli della DIGOS, che di solito hanno buona memoria e corposi dossier su chiunque frequenti i centri sociali di sinistra, in più lo raggiunge la psicologa che lo ha in cura da dieci anni. Un caso davvero umano.
Il peggio ovviamente non è ancora arrivato. Berlusconi viene portato di corsa al San Raffaele (l’ospedale privato del suo amico Don Verzè), sottoposto ad una TAC, ricoverato e tenuto sotto osservazione. La prognosi non è riservata, gli danno una ventina di giorni per la guarigione. I bollettini medici parlano di una leggera frattura del setto nasale e di due denti rotti. Il premier si considera un miracolato, la statuina del Duomo (trasformata subito in reliquia) avrebbe potuto colpirlo su un occhio e lo avrebbe potuto costringere a portare, a scelta, un occhio di vetro o una benda nera come Moshe Dayan, o, volendo, tutte e due.
Il Ministro Maroni, responsabile dell’Interno, rincara la dose il giorno dopo, accennando perfino ad un rischio per la vita. Intanto, inevitabilmente, fuori si scatena la bufera. Le reti del Biscione girano subito a mille. Emilio Fede marchia l’attentatore con il souvenir con epiteti come delinquente e farabutto, ma non versa lacrime, anche se si mostra visibilmente scosso. Il devoto Bondi viene colto da crisi mistica e si lascia andare in un pianto inconsolabile. La Russa generalizza e da buon ex-missino rileva che è tutta colpa del clima d’odio che vi è in Italia, tutta colpa della sinistra, di chi contesta in piazza il Berlusca e dei blogger che non smettono di parlarne male, quando non stanno organizzando il No-Berlusconi day. Lui infatti vede un legame tra l’uomo che ha lanciato l’oggettino a Piazza San Babila e quelli che manifestano in piazza a Roma, a nulla vale ricordargli che il Tartaglia è notoriamente malato e che è più noto nei centri di igiene mentale del Policlinico che in questura.
Dalle parti dell’opposizione si sbilanciano solo Di Pietro e Rosi Bindi. Il primo non vede nulla di straordinario in quel pezzo di pietra volato sul volto del premier. Già qualche giorno fa aveva parlato di un clima difficile che avrebbe potuto trovare nella violenza il suo naturale sbocco, e le responsabilità del premier non possono essere sottaciute. Rosi Bindi, invece, stufa del chiasso mediatico che avvolge la vicenda, invita il premier a non fare la vittima. Immediata la reazione del pasdaran Capezzone che sollecita all’equilibratissimo Bersani la cacciata dal PD di Rosi la pasionaria.
Non mancano di farsi sentire i giovani del PDL che cresciuti, da un lato, nel disastro della scuola italiana e, dall’altro, nel pensiero unico delle reti berlusconiane, chiedono la chiusura del blog di Di Pietro e di quanti altri, secondo il loro punto di vista, inneggino all’apologia della violenza contro Berlusconi.
In pratica, un episodio sicuramente importante, ma che sembra non avere risvolti politici, in quanto il suo principale protagonista è di fatto privo di legami di sorta, sta diventando un’ottima scusa per porre un freno alla libertà di contestazione. Il lavoro più importante sull’opinione pubblica lo stanno facendo, manco a dirlo, proprio le televisioni del premier e non solo.
Il TG1 delle 13:30 del 14 dicembre apre con un servizio dall’ospedale dove è ricoverato il Berlusca ed il primario in persona legge alla nazione il bollettino medico con la stessa gravità e senso di preoccupazione che solitamente si riservano a pontefici o capi di Stato in gravissime condizioni. Non manca nulla, perfino si cita la terapia che il premier sta seguendo (antibiotici ed antinfiammatori) con rapida digressione sulla notte quasi insonne passata dall’illustre malato.
Il TG di mezza sera di Italia 1 confeziona un servizio dedicato alla cronaca del giorno prima, dove Papi vien fatto passare per un agnellino sacrificale e la pietra lanciata non dal Tartaglia che, tra l’altro, stava tra i fan del Berlusca, ma dai contestatori già allontanati dalla polizia.
Il messaggio che le corazzate mediatiche stanno facendo passare è molto chiaro: non importa chi sia stato a lanciare quella statuetta, basta solo che qualcuno lo abbia fatto. Ora ci sarà da trovare una soluzione che non potrà non essere, ad esempio, vietare assembramenti, riunioni non autorizzate, la semplice critica all’indirizzo del timoniere, lo spegnimento di ogni voce di dissenso, l’oscuramento dei siti web antigovernativi. In pratica, una stretta alla libertà di parola, alla democrazia.
Sono convintissimo che il premier sta già studiando quale sarà la mise ed il momento più opportuno per riapparire davanti al suo popolo, mostrare le stimmate ed invocare la generale commozione dei suoi fan alla maniera delle rock star, e poi tenere uno di quei discorsi ancora più poderosi di incentivazione all’odio verso comunisti, giudici, e renitenti al suo sistema di potere, oppure mostrarsi magnanimo e remissivo come un autentico profeta dell'amore.

Pubblicato il 16.12.09 h 23:01
Modificato il 16.12.09 h 23:01

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