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Quei dirigenti inguaiati

Finiscono sotto inchiesta dirigenti e funzionari del Comune di Canosa di P. e della Sovrintendenza ai Beni archeologici. Ma la vicenda ha un peccato originale risalente a qualche anno fa, quando privatizzarono i servizi cimiteriali.

Iniziare la giornata con il ronzio di un elicottero che volteggia per aria, fa pensare a ben altro che al sequestro di un’area archeologica ignorata o occultata in quanto tale. Si pensa all’ennesima retata a cui noi canosini siamo ormai abituati. Ma quelle non si fanno a quell’ora, i criminali si sorprendono di mattina presto, possibilmente al primo albeggiare, quando anche gli insonni finalmente hanno trovato un momento di pace. Paradossalmente quando c’è da incriminare qualche funzionario o dirigente comunale, o il responsabile di una ditta appaltatrice o addirittura qualche archeologo o la temutissima Marisa Corrente della Sovrintendenza ai Beni archeologici, i provvedimenti giudiziari si notificano in orario di ufficio, confidando nella buona disciplina, che dopo la marcatura del cartellino non sia qualcuno uscito per fare la spesa o dedicasi a qualche altra utilissima o amena attività. Una forma di rispetto verso i travet, se vogliamo, anche se secondo l’accusa hanno tradito un po’ tutti la fede pubblica proprio in quel settore dove a Canosa si combattono ormai da anni battaglie piuttosto aspre: l’archeologia. Non si sono ancora spenti gli echi di quel contraddittorio - con annesso finanziamento milionario regionale - sul nuovo museo archeologico, sostenuto con una certa forza dalla Fondazione Archeologica Canosina, che subito si scopre qualcosa che in sé ha del paradossale: per far posto a loculi e cappelle si sotterrano e si occultano antiche necropoli. Non che non si sapesse nulla della loro esistenza, al contrario, la natura del sito era ben nota, tanto da indurre il Comune a finanziare ulteriormente quell’appalto. Tra le accuse rivolte agli indagati vi è anche quella di aver intascato il denaro senza che quei lavori venissero fatti, con la complicità e l’omesso controllo di Soprintendenza e Ufficio Tecnico comunale. Questa in breve la cronaca. Ora sarebbe opportuno fare qualche riflessione. In un post su FB dal titolo eloquente, “Archeologia e schizofrenia”, Gigi Garribba si soffermava sullo stato dell’archeologia a Canosa – io personalmente credo che il problema sia almeno di ordine nazionale – e sull’assenza quasi completa di tutela dei beni archeologici, che sono anche e soprattutto culturali. In questo senso è significativo che la Magistratura abbia aperto un’inchiesta su un sito tutto sommato minore rispetto ad un altro, non molto lontano, lasciato in uno stato di completo abbandono e alla mercè di ladri e tombaroli. Giustissimo, ma non è questa la sola questione che tale vicenda solleva. Non per citarsi addosso, come direbbe Woody Allen, ma il 29 agosto 2012, pubblicai su questo sito un post dal titolo piuttosto eloquente: “Il caro estinto” . L’argomento era la privatizzazione – sì, si è trattato proprio di questo – del cimitero. Si criticava la scelta politica dell’allora amministrazione ventoliana di affidare tutti i servizi cimiteriali ad una società privata, la C.S.C. s.r.l., ed il conseguente aggravio in termini di costi per la collettività di servizi come la tumulazione o l’inumazione, che fino ad allora, con la gestione esclusiva comunale erano costati anche sei volte meno: una sorta di tassa sul caro estinto. Per la procedura che fu seguita, a mio parere del tutto incongrua rispetto all’oggetto dei lavori, mi sarei atteso un intervento della Procura della Repubblica già allora, almeno in termini di accertamenti. E che male ci sarebbe? Se vale il principio che un’indagine non corrisponde affatto ad una dichiarazione di colpevolezza e che l’indagato debba ritenersi un galantuomo fino al terzo grado di giudizio, almeno nella Pubblica Amministrazione noi tutti dovremmo auspicarne una quasi giornalmente. Ma la questione evidentemente non è oggi all’ordine del giorno come non lo è mai stata in passato.
Chiariamoci, io personalmente non sono pregiudizialmente contrario all’affidamento a privati di servizi pubblici, il problema semmai sta nell’abuso e nelle modalità spesso fantasiose che si seguono o nell’utilizzo di certe procedure - tutte legali, per carità - piuttosto che altre, al punto da far sorgere il sospetto che al Testo Unico degli Appalti ci si riferisca non per trovare la modalità più idonea e più congrua, quanto quella più confacente alle esigenze di appaltanti e appaltatori. Per alcuni, passare un’attività a privati equivale a scrollarsi di ogni responsabilità. Ovviamente non è così. Il pubblico è obbligato ad esercitare un’azione di controllo, ma questo non avviene mai. Nel caso dei lavori di ampliamento del cimitero finiti sotto inchiesta, la titolare del cantiere era la C.S.C. Srl, ed il pubblico si è ritrovato inguaiato per omesso controllo. Non sappiamo quanti altri casi di questo genere esistano, visto che per anni si è proceduto al progressivo smantellamento del pubblico come gestore diretto dei servizi, per affidarli a privati, passando per gare d’appalto a volte poco chiare senza farsi mancare la successiva inchiesta della Magistratura.

Sabino Saccinto

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Pubblicato il 19/03/2016 h 09:17:26
Modificato il 28/03/2016 h 03:47:53

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